RELAZIONI DEI NOSTRI MEDICI NELLA
MISSIONE IN KOSOVO - Agosto 2003
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Relazione del Dr. Paolo Foglia Sono solo sul traghetto di notte e sto ripensando alla mia esperienza di pediatra in Kosovo.
Venuto su invito di una collega cardiologa che già conosce la realtà kosovara, ho deciso di venire (dandomi, sinceramente, del "matto"), ma tant’è: l’esperienza è nuova e la compagnia piacevole e valida.
Arrivo pimpante all’aereoporto di Skopije (mi sembra di essere in uno dei tanti aereoporti del mondo in uno dei miei viaggi - vacanza), ed all’uscita noto un giovane in attesa con un cartello recante i nostri nomi.
Vedo sulla portiera dell’auto che ci trasporterà la scritta "Caritas" che mi dà un senso di disagio.. "…Oh Dio, ma dove sono capitato?"
Arriviamo, comunque, alla Parrocchia dei Santi Angeli Custodi a Ferizaj, dove saremo ospitati, e trovo un ambiente funzionale ma decisamente spartano ed essenziale, tutto l’opposto degli alberghi che abitualmente frequentavo. Ma tant’è.. è una nuova esperienza, come nuova esperienza è quella di stare insieme a persone che si fanno in quattro per servire i più bisognosi, gli umili, gli scartati dalla società.
Il giorno dopo, festa dell’Assunta, andiamo al Santuario di Letiniça, dove pregava Madre Teresa di Calcutta, e frequentato da migliaia di fedeli indipendentemente dal credo religioso.
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Osservare la folla di persone semplici e povere ma ricche di fede, mi provoca una disagio interiore, una sensazione di essere fuori dalla realtà, ma presto porto razionalmente la mia emotività ed i miei sentimenti ai giusti livelli.
Mi dico: "Sono proprio contento, il paesaggio è bello, è bello questo Kosovo in cui mi affaccio per la prima volta, belle queste montagne che nella loro asprezza manifestano un che di dolce, ed è interessante vedere queste persone con i loro costumi tradizionali."
Non è certo l’immagine distorta che si ha da noi dell’albanese o del kosovaro!
Non ci sono ( o non voglio vedere) gli orrori della guerra…., tutto è bello, si sono proprio contento, tutto va bene….
IL giorno dopo, Sabato, l’ambulatorio è chiuso, quindi con la collega ed altri nuovi amici, partiamo per conoscere alcune persone bisognose (io continuo a pensare: è proprio una bella vacanza!..).
Il primo duro impatto è con una famiglia numerosa il cui bimbo più piccolo è affetto da epilessia a causa della guerra. Infatti la madre, per salvarlo dalle violenze condotte di casa in casa, lo aveva precipitosamente nascosto in un forno da cui il bambino uscì agitandosi per la paura, e cadendo e battè la testa da una altezza di circa un metro e mezzo. Rimase senza coscienza per circa 30 minuti: non si potè portarlo all’ospedale a causa dei rastrellamenti e dei cecchini, e del resto il bambino si riprese spontaneamente apparentemente senza conseguenze. Solo due settimane dopo iniziarono le crisi convulsive rimaste senza controllo per l’impossibilità di trovare medici e per l’indigenza della famiglia.
A farmi stare ancora più male quasi fino alla nausea, oltre al racconto, è la miseria della casa in cui la famiglia vive, che sarebbe meglio definire una capanna, contrapposta alla serenità di tutti loro ed alla gioia dipinta negli occhi nel ritrovare amici italiani che essi sentono far parte di loro nonostante la diversità di lingua, religione, cultura e status sociale.
L’emozione comincia a fare effetto e faccio fatica a trattenere le lacrime per l’ondata di emozioni che mi sta travolgendo.
Ma caspita! Bisogna essere razionali e queste cose, poi, nella vita succedono.
Saliamo di nuovo in macchina pensando di tornare a casa ( e lo desidero davvero perché sono proprio disturbato da questa esperienza), ma Alì, un giovane del luogo già sfollato a Terni durante la guerra e che funge da interprete, mi chiede di andare da un suo conoscente che ha due fratelli più piccoli malati.
Già, penso, la solita gastroenterite, patologia quotidiana in questi posti.
Arrivo ad un’altra casa-capanna ed Alì mi presente un diciassettenne serio, compito, con un sorriso triste sul volto. Mi giro, vedo accovacciati a terra i due fratelli di 16 e di 9 anni, e rimango allibito nel vedere la spasticità ipertonica del maggiore che, per assoluta mancanza di fisioterapia, costringe i suoi arti irrigiditi flessi in posizione innaturale, mentre il minore, pur con lo stesso tipo di spasticità, non presenta eguale drammatica evoluzione.
Li visito entrambi con angoscia capendo ben presto che la loro patologia li porterà a morte abbastanza rapidamente e che non potranno avere alcun supporto fisioterapico per la loro povertà.
Il mio disagio interiore aumenta: mi vergogno di me stesso, del mio essere, del mio vivere, del mio avere tutto mentre loro non hanno neppure la possibilità di alleviare le loro sofferenze perché non hanno danaro!
A ciò si aggiunge il fatto di dover confermare al fratello maggiore la terribile diagnosi già formulate in passato in Ospedale e di dovergli comunicare l’evoluzione nefasta della malattia.
Vorrei ipotizzare analisi cliniche, un ricovero, cicli di fisioterapia, ma in questo paese dove si sono spesi miliardi per una guerra atroce, non vi è la benchè minima possibilità di effettuare un banale esame del sangue per ragazzi tanto malati e tanto poveri.
Decido di parlare con il fratello più grande di fuori, lontano dalla madre, perché appare molto più maturo della sua età, e lo faccio, mentre mi accompagna alla macchina, cercando di usare delicatezza e sincerità nello stesso tempo. Non dimenticherò mai quei suoi occhi tristi ed appannati, quel tick nervoso del labbro superiore espressione di un bisogno disperato di pianto.
Nel salutarlo non posso fare a meno di stringerlo a me con un abbraccio carico di solidarietà e di amore verso quell’evangelico "piccolo", umile e diseredato. E non so come, ma ho l’impressione che anche lui senta la mia empatia.
Quando risalgo in macchina non riesco a trattenere l’emozione ed un pianto liberatorio travolge le mie resistenze e tutta la mia razionalità.
In lui ed in tutti loro ho visto quel Cristo sofferente che di solito si cerca di non vedere e di nascondere.
Piango fino a stare male fisicamente e purtroppo (o per fortuna) ciò accadrà anche nei giorni successivi, per tanti altri casi.
Mi sento catapultato in una realtà assurda, illogica, improponibile.
Visito bambini colpiti da malattie inizialmente curabilissime, ma diventate quasi irrecuperabili per mancanza di assistenza medica e di danaro: bimbi spastici, tubercolotici, epilettici, cardiopatici, ritardati mentali, ciechi, sordomuti: tutti con un unico denominatore comune: mancanza di mezzi.
E come è difficile fare qui il pediatra! Mancano le medicine, il supporto laboratoristico, i controlli radiologici, la consulenza di altri specialisti. Tutto dipende dalla mia esperienza e cultura medica: non ho nient’altro!
Inoltre debbo combattere quotidianamente con una profonda incultura sanitaria perché nessuno ha mai spiegato alcunchè alla popolazione. In un regime in cui non c’è rispetto per l’uomo conviene comportarsi così.
Capisco ancora meglio l’importanza dell’educazione sanitaria, e di fatto, mi ritrovo ad iniziarla addirittura in un campo Rom ( se tre mesi fa me l’avessero detto, avrei tacciato di visionario il mio interlocutore! ).
L’esperienza al campo Rom è di quelle che non si possono prevedere: abituato al concetto di Rom ladri e bugiardi, mi trovo, invece, in mezzo a persone e bambini sorridenti con gli occhi brillanti di gioia che ti ringraziano per ciò che dici per ciò che dai, per la tua disponibilità.
Ed una cosa davvero commovente: i piccoli regali dei bambini che pure sono tanto poveri da camminare scalzi sul terreno sassoso.
Ora ripensando alla mia esperienza Kosovara fa di nuovo capolino l’emozione, come in questo momento. I primi giorni sono stato adirato con me stesso per questo comportamento fragile, ma adesso penso che, se dopo quasi 30 anni di professione, ritrovo ancora questa umana sensibilità, vuol dire che quella volta, dopo il diploma di liceo, ho fatto bene la mia scelta.
Paolo Foglia
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Relazione D.ssa Scarficcia
KOSOVO, ..... perché?
Ho avuto il privilegio di fare due volte l´esperienza di viaggio-lavoro a Ferizaj, e sinceramente non mi sono mai posta grandi interrogativi: ho solo pensato che avrei potuto mettere la mia esperienza di medico del territorio a disposizione di una popolazione che forse ne aveva bisogno.
Ma ho avuto la fortuna di fare tali esperienze assieme ai miei più cari amici: il Dr. Raffaele Natini, noto in parrocchia e noto chirurgo ospedaliero, ed il Dr. Paolo Foglia, noto pediatra vicentino: entrambi compagni di studio, colleghi di lavoro, amici di tutta una vita.
Li chiamerò semplicemente Raffaele e Paolo, per l´affetto che ci unisce.
Durante il primo viaggio, impressionante per la desolazione toccata con mano, Raffaele mi diceva spesso "..Ricordati che non siamo noi che agiamo, ma che è Lui", ridimensionando sia la mia disperazione per i casi clinici, sia la mia enfasi al pensiero di essere utile a qualche cosa.
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Le emozioni del secondo viaggio con Paolo, travolto e commosso dalla dura realtà kosovara, si possono leggere nella sua relazione, e sono state motivo di meditazione per tutti noi che eravamo lì, ed anche per me.
Ed ho scoperto che da qualche mese le risposte agli interrogativi che ora inizio a pormi sono tutte contenute nelle pagine del Vangelo e nelle Letture che settimanalmente leggiamo proprio qui, durante la Messa.
"Maria si mise in viaggio per recarsi da sua cugina Elisabetta".. Eh si, Maria è una Regina con il grembiule, perché dopo essere stata chiamata a dire "si" ha capito che doveva mettersi al servizio di una parente bisognosa di aiuto. Gesto forse incomprensibile oggi come allora, perché Maria aveva certamente una famiglia a cui rendere conto ed un promesso sposo con cui fare un discorso chiarificatore, invece si è messa in cammino ed ha lavorato per tre mesi a casa della cugina.
Ecco una prima risposta: noi siamo chiamati ed invitati a dire "si" e qualche volta dobbiamo metterci anche noi in cammino per scoprire i bisogni degli altri. Questo non vuol dire dimenticarsi dei propri doveri nelle vita quotidiana ( nessuno di noi l´ha fatto ), ma vuol dire rendersi disponibili ad allontanarsi anche per poco dalle proprie abitudini, da ciò che abbiamo, dalle nostre comodità e renderci conto che a noi è toccato davvero troppo rispetto alla maggior parte dell´umanità che ha troppo poco.
Lo sottolinea con ironia un grande attore di cabaret:" Bisogna amare il prossimo...gli altri sono troppo lontani!".
L´Apostolo Giacomo nella lettera ascoltata tre settimane fa dice: "...Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace."
Ed ecco la seconda risposta: tutta la miseria del Kosovo, le condizioni igieniche e sanitarie quasi disperate, le macerie delle case ancora sparse sul territorio, sono conseguenza nefasta della guerra. La nostra opera dovrà essere proprio quella di ricucire almeno piccoli lembi tra gli enormi strappi della guerra portando esempio di pace e di giustizia.
Prima della partenza di Agosto il nostro Vescovo ci ha riunito raccomandando soprattutto a noi medici di prestare la nostra opera anche nei confronti dei serbi, proprio per attuare le parole delle scritture, dimostrando con i fatti reali e non solo con le parole, che la pace delle nazioni si costruisce con la fratellanza tra le persone, ed i cristiani dovrebbero essere sempre operatori di pace "senza se e senza ma!" .
E noi davvero abbiamo sperato che ci fosse offerta questa opportunità che, forse, prima o poi capiterà.
Il Vangelo di due domeniche fa recitava: "...Chi non è contro di noi è con noi."
E mi ha fornito una terza risposta: a Ferizaj il più fulgido esempio di cristiana dedizione al prossimo sofferente ci è stato dato da Ibadete, la piccola, bravissima e misticissima infermiera mussulmana che lavora nell´ambulatorio della Caritas.
Lei povera, lavora per i poveri perché ne capisce le necessità, potrebbe guadagnare di più in Ospedale, ma non vuole perché il suo ideale di vita è quello di Madre Teresa.
In realtà anche Gesù a chi gli chiedeva cosa bisognasse fare per diventare suo discepolo ha detto senza mezzi termini:" Lascia tutto quello che hai e seguimi".
Quanti di noi cristiani hanno fatto o faranno mai così? La testimonianza vivente di come si fa io l´ho avuta da Ibadete, ed ho capito che è sempre e solo Dio che chiama tutti indistintamente ed indipendentemente dalla fede religiosa: noi dobbiamo solo rispondere "sì".
Il progetto di aiuti al Kosovo potrà essere il "sì" della nostra Comunità e di coloro che l´affiancheranno.
Giorgina Scarficcia
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